Cosa significa obbedire durante una crisi?

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Cosa significa obbedire durante una crisi?

Cosa significa obbedire durante una crisi? Significa delegare le decisioni, dare fiducia a chi si e’ assunto a volte suo malgrado la responsabilita’ di scegliere le priorita’, significa mettere a disposizione le proprie competenze scegliendo di indirizzarle esclusivamente a chi decide.

Lo scienziato che invece di annunciare al comitato tecnico scientifico la sua scoperta che un determinato medicinale funziona, lo divulga alla stampa, fa un grave danno al sistema: ingenera aspettative, attiva speculazioni, produce accaparramenti, squalifica il lavoro della commissione preposta: i piu’ furbetti tra gli amministratori locali accaparrano le scorte, privandone magari chi ne ha piu’ bisogno. Cosi’ ci sono respiratori dove la crisi non ha ancora saturato le terapie intensive e mancano dove la gente sta morendo perche’ priva dei supporti necessari. Ci sono magazzini pieni di camici, perche’ non si sa mai, e il personale medico nei pronto soccorsi ne e’ privo.

Esprimere in pubblico un generico giudizio sul fatto che alcuni medicinali stiano dando buoni risultati e’ un servizio lodevole; indicarli in modo che siano riconoscibili, e’ un intralcio alla gestione della crisi. Alcuni agiscono in buona fede, per spirito di servizio misto a dabbenaggine, molti altri perche’ abituati a far emergere la propria individualita’: non sappiamo distinguere che il perseguimento del bene comune in tempi ordinari utilizza strumenti non applicabili durante le emergenze.

Il codice civile distingue le responsabilita’ degli amministratori durante il corso ordinario degli eventi rispetto a quando l’azienda ha un concreto rischio di crisi di liquidita’. Nel primo caso gli amministratori devono occuparsi di perseguire il valore per gli azionisti (oggi si direbbe il valore sostenibile per tutti gli stakeholders), nel secondo devono prioritariamente tutelare l’interesse dei creditori. Responsabilita’ distinte per situazioni profondamente diverse.

Recentemente persino Berlusconi ha affermato che in tempi di crisi chi decide deve farlo con una sola catena di comando e con una sola voce; stentano a capirlo coloro che sono abituati ad affermare il proprio io, le prime donne: stentano a capirlo alcuni presidenti di regione, alcuni sindaci, diversi personaggi politici, alcuni scienziati, perfino alcuni bravi virologi di successo mediatico. Mentre gli altri, medici, infermieri, barellieri, coloro che puliscono e fanno funzionare gli impianti negli ospedali e tengono efficaci le infrastrutture, lavorano con impegno e, specialmente, con disciplina, eseguendo senza discutere ordini.

Una situazione analoga si ha quando un’organizzazione, un’azienda, deve affrontare situazioni inattese. E’ necessario accentrare la catena di comando, curare in maniera meticolosa le comunicazioni, acquisire informazioni, filtrarle rapidamente in modo da scartare i rumori di fondo e verificarne la veridicita’, analizzarle e poi decidere. A volte decidere tempestivamente anche in assenza di un quadro completo di informazioni, assumendosene il rischio.

Pur mantenendo le rispettive funzioni di indirizzo e controllo, il Consiglio di Amministrazione accellera procedure, amplia le deleghe, supporta il management; contrariamente a quanto alcuni ritengano, anche le organizzazioni sindacali agiscono indirizzando problemi piu’ rilevanti, facendosi carico di comunicazione efficace verso i lavoratori, perorando interessi comuni presso gli altri stakeholder; i collaboratori si rimboccano le maniche, i fornitori rispondono con solerzia, gli istituti di credito attivano procedure e modalita’ di intervento progettate proprio per situazioni di emergenza. Tutti convergono su un unico canale di comunicazione, sia verso l’interno, per acquisire in modo disciplinato ed efficace le informazioni necessarie, sia verso l’esterno, per informare i legittimi portatori di interessi e la comunita’. Unico canale, esaustivo, responsabile e rigorosamente gestito.

Quando un’azienda riesce ad uscire da una crisi, sempre, dietro, c’e’ stata una rigorosa adesione alle direttive di chi e’ stato chiamato, o si e’ trovato, a gestire e a decidere.

Purtroppo, nella mia esperienza personale, e’ stato molto piu’ facile ottenere questa convergenza d’interessi all’estero, piuttosto che a casa nostra, in Italia, dove ciascuno stakeholder non sa resistere alla tentazione di anteporre il proprio interesse, anche a costo del fallimento complessivo, a quello di un obiettivo raggiungibile.

Oggi, in un momento di crisi, anche se il nemico e’ cosi’ invisibile e inanimato che non lo possiamo nemmeno odiare, e’ necessario rispolverare il manuale delle giovani marmotte, per ricordare a noi stessi che di fronte agli obiettivi superiori, ci si deve rimboccare le maniche per eseguire degli ordini, anche quando intimamente non li condividiamo a pieno, piuttosto che dar fiato al dissenso. Ci sara’ poi tempo anche per quello.

Oggi apprezzo chi sceglie di obbedire, parola desueta, chi comunica con efficacia cio’ che ritiene utile senza prevaricare il proprio ruolo per influenzare per via mediatica chi decide, chi lavora ventre a terra per gestire la crisi, apprezzo anche quei personaggi pubblici responsabili che scelgono di lavorare lontano dai riflettori, per contribuire, disciplinatamente, alla gestione della crisi. Apprezzo coloro che interpretano la discrezionalita’ di cui siamo ancora tutti dotati, in maniera piu’ possibile affine alle motivazioni che ispirano decreti e restrizioni.

Ma coloro a cui piace la propria popolarita’ hanno la maturita’ per comprenderlo? A leggere i giornali, a leggere di alcune delibere regionali, ad osservare il comportamento di alcuni leader di partiti di opposizione e di governo, ad ascoltare alcuni professoroni abituali frequentatori dei salotti televisivi qualche perplessita’ mi rimane. A voi?

Paolo Pietrogrande 

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